Coronavirus, restrizioni e rischi
Articolo di Eric Sammons. Recuperato dagli archivi di MindSpirit.
La gestione del rischio è balzata in primo piano nelle nostre coscienze collettive con l'Avvento della pandemia di Coronavirus (COVID-19). Con un virus che minaccia la salute di decine di migliaia di persone in tutto il mondo, governi e singoli cittadini dibattono i modi migliori per gestire il rischio.
Tutto ciò ha naturalmente generato disaccordi su come le comunità stiano affrontando la diffusione del virus: stiamo facendo abbastanza? O stiamo esagerando? Quale livello di rischio siamo disposti ad accettare, e a quale livello si rendono necessarie restrizioni, più o meno severe? Questi dibattiti possono inasprirsi rapidamente, perché le persone hanno soglie di tolleranza al rischio diverse e visioni differenti su quali attività sia importante continuare a svolgere.
Una cosa che non bisogna dimenticare è che ogni attività comporta dei rischi—sia per se stessi che per gli altri. Se oggi esco di casa, potrei cadere e rompermi una gamba. Se vado in macchina, potrei avere un incidente che fa del male a me o a qualcun altro. Se vado al negozio, potrei essere inconsapevolmente (o consapevolmente) portatore di un virus che può contagiare gli altri. È sempre stato così, ma certi momenti, certi luoghi e certe attività sono più rischiosi di altri.
Nel valutare un rischio e nel decidere se un'attività valga il rischio che comporta entrano in gioco molti fattori. Quattro domande fondamentali influenzano la decisione di ciascuna persona:
1) Quanto rischio sono disposto ad assumermi?
Alcune persone sono per natura audaci, altre istintivamente prudenti. Ogni persona è diversa, e ciò che qualcuno considera inutilmente «rischioso» un altro potrebbe viverlo come un momento di svago. Lo stesso vale per le comunità e i governi. Alcuni sono pronti a limitare le libertà in nome della sicurezza, mentre altri sono assai riluttanti a farlo.
2) A quanto rischio sono disposto a esporre gli altri?
Come ho accennato, mettiamo continuamente gli altri a rischio. È semplicemente la natura delle nostre vite interconnesse. Ma alcune persone sono più consapevoli di questo fatto di altre. Chi guida a 160 km/h in autostrada per il gusto dell'adrenalina non si preoccupa davvero del pericolo a cui espone gli altri con la propria imprudenza. Un narcisista si preoccuperebbe pochissimo di rischiare la vita altrui per il proprio tornaconto, mentre all'estremo opposto troviamo chi è paralizzato dalla paura di fare del male a qualcuno. La maggior parte di noi, tuttavia, cerca di ridurre al minimo il rischio per gli altri ed è quindi disposta ad accettare restrizioni ragionevoli, come il codice della strada.
3) Quanto è rischiosa l'attività, per me e per gli altri?
Il livello di rischio che si è disposti ad accettare per sé e per gli altri è di solito il frutto della personalità, dell'educazione, della cultura e delle persone che ci circondano. Ma indipendentemente da quanto rischio siamo disposti ad affrontare, valutiamo costantemente quanto sia rischiosa una determinata attività, sia per noi stessi che per gli altri. E poiché gli esseri umani non hanno una conoscenza perfetta, questi giudizi non sono mai infallibili: una persona prudente potrebbe erroneamente ritenere sicura un'attività rischiosa e compierla ugualmente.
4) Quanto è indispensabile l'attività?
Un ultimo fattore è il grado di necessità che attribuiamo a un'attività. Anche la persona più prudente si imbarquerà probabilmente in un'attività estremamente rischiosa se la ritiene indispensabile per la sopravvivenza. Ma chi ama il rischio potrebbe evitare un'azione appena rischiosa se non ha alcuna importanza per lui.
Così, ciascuno di noi costruisce inconsciamente una scala della propria tolleranza al rischio e una scala dell'importanza di ogni attività. Poi decide se un'attività fa pendere la bilancia, rendendola inutilmente rischiosa, oppure se è abbastanza sicura e necessaria da poter essere compiuta.
Analisi del rischio e Coronavirus
Applichiamo ora questa analisi all'attuale situazione del Coronavirus. Con molti Paesi che limitano varie attività e servizi—e alcuni quasi completamente in lockdown—ogni persona e ogni Paese sta rivalutando il rischio di attività fino a ieri considerate sicure e innocue, come cenare al ristorante o partecipare a una celebrazione religiosa.
Nella maggior parte delle situazioni «normali» della vita (e l'attuale situazione del Coronavirus è tutt'altro che normale), la prima domanda—Quanto rischio sono disposto ad assumermi?—di solito ha la precedenza. Ma è la seconda domanda—A quanto rischio sono disposto a esporre gli altri?—a diventare oggi la più urgente. Ci troviamo in una situazione in cui il nostro stesso corpo, forse a nostra insaputa, potrebbe essere veicolo di un virus potenzialmente letale per alcune persone. Sebbene il tasso di mortalità per chi contrae il Coronavirus sia minimo per la maggior parte delle categorie di persone, può essere fatale per certi segmenti della popolazione. Ad esempio, il tasso di mortalità per chi ha più di ottant'anni e contrae il virus sfiora il 15%. Dobbiamo quindi chiederci quanto siamo disposti a rischiare la vita degli altri pur di fare ciò che desideriamo.
Tuttavia, prima di acconsentire tutti a un isolamento totale in nome della protezione dei soggetti vulnerabili, dovremmo ricordare ancora una volta che siamo sempre coinvolti in attività che possono mettere in pericolo gli altri, specialmente i più fragili (del resto, è proprio per questo che vengono definiti «vulnerabili»—sono sempre esposti a un rischio maggiore rispetto alla maggior parte di noi). Andare al negozio in macchina potrebbe comportare un incidente fatale. Recarsi dal medico con l'influenza potrebbe essere letale per un altro paziente immunocompromesso. Non si tratta quindi di non rischiare mai la vita degli altri, ma di quanto siamo disposti a rischiare, e per cosa.
Tornando all'applicazione della valutazione del rischio al Coronavirus, è la terza domanda—Quanto è rischiosa l'attività, per me e per gli altri?—a essere la più difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza di noi non ha una formazione medica, e anche tra chi ce l'ha esistono molte incognite riguardo a questo nuovo virus. Dobbiamo quindi determinare i rischi valutando le fonti mediche, governative, mediatiche e di altro tipo. Persone di buona volontà possono farlo e giungere a conclusioni molto diverse: alcuni potrebbero ritenere che il Coronavirus non sia altro che un'influenza particolarmente pesante, mentre altri potrebbero vederlo come una peste moderna destinata a devastare la nostra popolazione. Le conclusioni a cui perverremo influiranno enormemente sulle restrizioni che saremo disposti, o meno, ad accettare.
Infine, ci chiediamo quanto sia indispensabile ogni attività. Per la maggior parte delle persone, scendere al bar sotto casa per un aperitivo non è essenziale quanto andare al supermercato per fare la spesa necessaria. Ma anche in questo caso, ogni individuo risponderà a questa domanda a modo suo. Per alcuni, partecipare alle celebrazioni religiose è assolutamente indispensabile, mentre per altri è un elemento trascurabile. Stare fuori casa è incredibilmente importante per certi tipi di personalità, eppure altri non hanno alcun problema a restare tra le mura domestiche per lunghi periodi. C'è chi considera indispensabile aiutare chi è nel bisogno, mentre altri potrebbero aderire a una mentalità più vicina alla «sopravvivenza del più forte». Ciò che è «essenziale» è spesso negli occhi di chi guarda.
Pazienza e intelletto
Dobbiamo renderci conto che il modo in cui reagiamo alle varie restrizioni introdotte in risposta alla pandemia di Coronavirus è una realtà dai molteplici risvolti. Chi pensa che dovremmo poter entrare nei ristoranti non è necessariamente un narcisista; e chi ritiene che dovremmo bloccare ogni aspetto della vita non è necessariamente un santo dalla grande carità. Consapevoli di questo, dovremmo partecipare al dibattito culturale su quale sia la risposta adeguata a questo virus con intelletto e compassione. Non dovremmo guardare a chi non è d'accordo con noi come a dei mostri o dei tiranni, ma riconoscere invece che tutti stiamo cercando, nel miglior modo possibile, di adattarci a una situazione nuova e spesso inquietante.