San Ilario
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San Ilario nacque a Poitiers verso la fine del III secolo d.C. Fu allevato nel paganesimo, ma ricevette una buona istruzione, che comprendeva anche una certa conoscenza del greco. Studiò in seguito gli scritti dell'Antico e del Nuovo Testamento, e ciò lo portò ad abbandonare il neoplatonismo per abbracciare il cristianesimo; insieme alla moglie e alla figlia (tradizionalmente identificata con Sant'Abra) ricevette il sacramento del battesimo.
Era così stimato dai cittadini di Poitiers che, intorno al 353, pur essendo ancora uomo sposato, fu eletto all'unanimità vescovo (il celibato ecclesiastico non sarebbe stato imposto dalla Chiesa fino al tardo Medioevo). In quell'epoca l'arianesimo minacciava di dilagare nella Chiesa d'Occidente; respingere questa minaccia fu il grande compito che Ilario si assunse. Uno dei suoi primi passi fu ottenere la scomunica, da parte dei vescovi della gerarchia gallicana rimasti ortodossi, di Saturnino, il vescovo ariano di Arles, e di Ursacio e Valente, due dei suoi più influenti sostenitori.
Più o meno nello stesso periodo scrisse all'imperatore Costanzo II una protesta formale contro le persecuzioni con cui gli ariani avevano tentato di schiacciare i propri avversari. I suoi sforzi non ebbero inizialmente successo: al sinodo di Biterrae (Béziers), convocato nel 356 da Costanzo con il dichiarato intento di risolvere le controversie di lunga data, Ilario fu mandato in esilio in Frigia per rescritto imperiale, dove trascorse quasi quattro anni.
Continuò a governare la sua diocesi; nel frattempo trovò il tempo per elaborare due delle sue opere più importanti di teologia dommatica e polemica: il De synodis o De fide Orientalium, un'epistola indirizzata nel 358 ai vescovi semiariani di Gallia, Germania e Britannia, che illustrava le vere posizioni (talora celate in espressioni ambigue) dei vescovi orientali sulla controversia nicena; e il De trinitate libri XII, composto nel 359 e nel 360, in cui per la prima volta si tentò con successo di rendere in latino le sottigliezze teologiche elaborate in greco. La prima di queste opere non fu del tutto approvata da alcuni membri del suo stesso schieramento, che ritenevano avesse mostrato eccessiva indulgenza verso gli ariani; rispose alle loro critiche nell'Apologetica ad reprehensores libri de synodis responsa.
Per due o tre anni si dedicò a combattere l'arianesimo all'interno della sua diocesi; ma nel 364, estendendo ancora una volta il suo impegno oltre i confini della Gallia, accusò di eterodossia Aussenzio, vescovo di Milano, uomo godente di grande favore imperiale. Convocato a comparire davanti all'imperatore Valentiniano I a Milano per sostenere le proprie accuse, Ilario dovette subire la mortificazione di sentire il presunto eretico rispondere in modo soddisfacente a tutte le domande postegli; né la sua denuncia del metropolita come ipocrita lo salvò dall'umiliazione di essere cacciato da Milano.
Nel 365 pubblicò, in relazione a tale controversia, il Contra Arianos vel Auxentium Mediolanensem liber; e anche — forse in data leggermente anteriore — il Contra Constantium Augustum liber, in cui definì quel da poco defunto imperatore come l'Anticristo, un ribelle contro Dio, «un tiranno il cui unico scopo era stato fare dono al diavolo di quel mondo per cui Cristo aveva sofferto».
Ilario è talvolta considerato il primo innografo cristiano di lingua latina, ma nessuna delle composizioni a lui attribuite è di attribuzione certa.
Gli ultimi anni della sua vita furono trascorsi in relativa quiete, dedicati in parte alla preparazione delle sue esposizioni dei Salmi (Tractatus super Psalmos), per le quali era largamente debitore a Origene; del Commentarius in Evangelium Matthaei, un'esegesi allegorica del primo Vangelo; e della sua traduzione — oggi perduta — del commentario di Origene al libro di Giobbe.
Pur seguendo da vicino i due grandi alessandrini, Origene e Atanasio, rispettivamente nell'esegesi e nella cristologia, la sua opera porta molte tracce di un pensiero originale e vigoroso.
Verso la fine del suo episcopato, con il suo incoraggiamento, Martino — il futuro vescovo di Tours — fondò un monastero a Ligugé, nella sua diocesi. Morì nel 368; non si conosce una data più precisa con certezza. [1]
[1] Sintesi tratta da en.wikipedia.org
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